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Degustazione
effettuata nel mese di ottobre 2002 presso l'Azienda
unitamente a Roberto Bellini.
CASTELLO DI MONSANTO
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Monsanto n. 8
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Barberino Val d'Elsa (FI)
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1962-2002. Quaranta anni di Sangiovese. L'uva e' diventata
adulta, ha depurato il proprio carattere d'irriverente
esuberanza rurale che necessitava di “governo”, ha assorbito
la tessitura del suo terreno, ha studiato in cantina
le buone maniere per presentarsi a sconvolgere alcune
certezze ritenute acquisite e sorprendere i degustatori
con una performance temporale di varietale purezza e
costante aristocraticita'.
Su una collina che s'erge tra la Val d'Elsa e la turrita
visione di San Gimignano, il Sangiovese ha trovato dimora
in un terreno ricco di minerali, dominato da galestro
scistoso e da strati di calcarea argilla e gode di un
microclima mite e ventilato. La vigna è di 5,5
ha ad un'altitudine di 310 metri slm, tutto ciò
offre alla pianta un'ottimale escursione termica che
ne facilita la maturazione; i contorni boschivi scolpiti
da una flora assortita con piante di lecci e di cipressi,
con cespugli di ginestre, di mortella e di corbezzoli
“macchiano” una tela che ricorda la pittura di Giovanni
Fattori. Qui nasce il Poggio, nel 1962, quando Fabrizio
Bianchi ricevuta dai genitori in dono di nozze la terra
del Castello di Monsanto, s'allontanò dall'esperienza
del ricamificio dell'opulento varesotto e mise radici
in una parte di campagna toscana a cui erano restati
solo i perduti fasti del Granducato che fu.
Era un territorio “povero” questa parte del Chianti,
tutto bosco, vigne, olivi e poco altro se non un seminativo
irremunerativo; un luogo anche snobbato enologicamente
dal Classico “Terziere”: Gaiole, Castellina e Radda.
Terra in cui scommettere che ogni acino raccolto ha
il valore di un grappolo di sudore, equivale a perdere
il senno dell'avveduto, come se Leonardo da Vinci non
avesse al tempo coniato per il vino quel “composto di
umore e di luce”.
Eh si! E' in questo toscanissimo composto di umore e
di luce che si articola la sintesi del Sangiovese degustabile,
di un'uva che sembrava nata per nobilitare le zolle
del contado di Montalcino o per esaltare lo spirito
patrizio di Montepulciano: insomma qui il Sangiovese
pareva essere il “figlio di un Dio minore”.
Caparbio come la radice della vitis vinifera che scava
tra il sasso e il galestro per nutrire i suoi figliocci,
Fabrizio Bianchi ha subito creduto nel connubio Poggio,
Sangiovese; intuì che in quella collina poteva
distillare la sintesi del Sorì e del Roncat.
Vide nella plasticità di quella curva stagliata
tra l'azzurro dell'infinito e le ombre delle nubi che
rincorrono gli autunni, il valore di una misurata e
silenziosa attesa alla ricerca delle offuscate essenzialità
di un vitigno aspro e sopraffino, tannico e nervino,
con il carattere vellutato dei petali delle violette
e la ruvidità delle contratte pieghe del gusto
della marasca. Dal Poggio doveva rinascere un Sangiovese
capace di gareggiare con e contro il tempo, per resistere
alle aggressioni delle uve “nobili” e sconfiggere definitivamente
l'idea di un vitigno rustico e selvatico, calpestato
da anni di promiscua e tradizionalistica mezzadria.
Degustando il passato enologico del Poggio del Castello
di Monsanto si fa risorgere un'antica terra, si ascoltano
i suoi silenzi e si carpiscono le voci perdute di lotte
tra fiorentini e senesi; è captare lo stridio
di carri trainati da bianche vacche e l'acciottolarsi
polveroso degli eserciti schierati. E' digerire le festose
sonorità delle vendemmie ed assorbire gli stanchi
sorrisi di chi ha reciso il succo di un anno di lavoro.
Questo quarantennale percorso enologico è stato
una continua sfida tra l'uomo e l'uva, perché
l'idea di Fabrizio Bianchi prima e della figlia Laura,
poi, è stata quella di creare un Sangiovese proprio,
il Sangiovese di Monsanto. Le annate non sempre hanno
riservato gradevoli sorprese, ma a Monsanto non si è
mai rinunciato a una vendemmia, testimonianza ne è
l'annata 1966, dove il 50% delle uve erano sane e l'altro
50% involontariamente botritizzate; da questo coraggioso
esperimento ne è uscito un vino sorprendente,
con profumi ancor oggi d'assoluto interesse e singolare
equilibrio gusto olfattivo. Lo stesso accadde nel 1972,
quando le uve si presentarono botritizzate per l'80%
circa; mai si sarebbe pensato che il vino di questa
annata avrebbe assunto un carattere d'unicità
tanto da proporsi in degustazione all'apice della qualità.
Fabrizio Bianchi ha anche lottato pioneristicamente
contro la tradizionalità dell'uvaggio chiantigiano
e del sistema di vinificazione, togliendo a partire
dall'anno 1968 i raspi e le uve bianche (Trebbiano Toscano
e Malvasia del Chianti) ed eliminando la pratica del
“governo all'uso toscano”. Ancora alla ricerca del meglio,
a partire dalla vendemmia 1977, le uve del vigneto il
Poggio sono state raccolte in cassette da 20 kg per
eliminare i traumi derivanti dall'uso delle tramoggie
e delle clochee dei carrelli.
La convinzione è sempre stata quella che l'uva
Sangiovese dovesse resistere nel tempo e dare il meglio
di sé nell'affinamento prolungato, in virtù
anche del fatto che il terreno galestroso fosse d'importante
sostegno alla carica tannica e polifenolica del frutto
e che questa prerogativa andasse preservata ed espressa
al meglio negli anni. Per Fabrizio e Laura Bianchi il
Sangiovese di Monsanto è un vitigno indigeno,
e come tale deve nutrirsi nel proprio terreno per lungo
tempo per estrarne l'essenza e trasformarla in caratteristiche
organolettiche, che con costanza lo contraddistinguano
in purezza e mineralità, potenza ed eleganza.
Il Sangiovese di Monsanto, perché cosi ci piace
chiamarlo, trova nell'uva Canaiolo a bacca nera (7%)
e nel Colorino (3%), quella naturale complicità
enologica che perfeziona e completa la sua fruttuosità,
sia al gusto che all'olfatto, senza che sia contaminata
la sua tipicità.
Il Poggio è un vino che ha assorbito completamente
i profumi del terreno e dei contorni boschivi in cui
hanno vissuto le sue uve, un vino con una linfa minerale
che si ripete di vendemmia in vendemmia, che offre un
odore di scatola di sigaro toscano, arricchito da un
profumo di pregiato legno corroso dal tempo, su una
base fruttata che si rinnova o si trasforma di stagione
in stagione. La sosta in legno, anche nuovo e di piccole
dimensioni, apporta al naturale fruttato dell'uva preziose
componenti balsamiche ed empireumatiche che nel tempo
si fondono creando una complessità ed una profondità
olfattiva che affascina l'olfatto. E' una successione
elegante di profumi che di anno in anno giocano a rincorrersi
e a nascondersi, ma si presentano sempre con un'aristocratica
semplicità.
Il palato è accarezzato dal vino che sprigiona
la particolare carica gustativa del Sangiovese -tannino
e freschezza- ma richiama alla mente del degustatore
anche la durezza del lento e continuo lavoro in vigna:
“Piacer figlio d'affanno”.
In quaranta anni di storia il Poggio ne ha viste di
tutti i colori, tante battute di caccia si sono succedute
senza che preda e predatore, pur sfiorandosi, si siano
combattuti; è stato uno sfuggire e un ritrovarsi
di profumi e di sapori, uno stupirsi ed entusiasmarsi
di emozionante temporalità. E' un vino per cui
è valsa e varrà la pena di lottare.
Il Poggio 1962
Tessuto cromatico aranciato senza sfilacciature, cristallina
la limpidezza. Intenso, ma sottile, al profumo, con
una gamma compiuta di sentori d'evoluzione: buccia d'arancia
candita, liquirizia, tabacco, prugna secca. Il vino
si presenta più sostenuto nella componente olfattiva
rispetto a quella gustativa, dove s'avverte un tannino
di raspo, equilibrato dall'alcol, con finale che si
completa nelle componenti speziate e nella frutta candita
e che crea una discreta persistenza aromatica intensa
sfumata anche in sentori delicati di goudron. Il vino
è stato ottenuto con uve Sangiovese, Trebbiano
Toscano e Malvasia del Chianti provenienti da vigneto
promiscuo, le bacche giunsero in cantina nelle bigonce,
in fermentazione erano presenti anche i raspi ed infine
fu sottoposto al “Governo alla Toscana”.
88/100
Il Poggio 1966
Veste aranciata, cristallina la limpidezza, ottima la
consistenza. Il profumo si sviluppa in una intensità
mediamente complessa, in cui dominano elegantemente
sentori di caramella di rabarbaro, di melassa, di fico
secco, di carruba e di fumè di legno nobile.
Sorprende il gusto di un tannino che sprigiona sensazioni
di fruttato essiccato sostenuto da una sapidità
minerale che si fonde in un equilibrio di morbida suadenza,
fino a sfumare in profumi d'acquavite che integrano
una prolungata persistenza aromatica intensa. Il finale
è asciutto e corroborante. In quest'anno è
entrato in funzione il “nuovo” vigneto del Poggio: alla
parte promiscua s'aggiunsero alcuni ettari di vigneto
specializzato.
89/100
Il Poggio 1968
Rosso aranciato con grumi granati, limpidezza cristallina.
La terziarizzazione caratterizza con decisione il profumo
evidenziando note di iodio, di caffè freddo,
di rabarbaro, di foglia di tabacco di sigaro toscano
e di goudron. Al gusto è equilibrato, il tannino
cede ancora un sapore fruttato anche se l'alcol tende
leggermente a prevalere e ciò testimonia una
diversa ricerca di maturazione del frutto. La persistenza
aromatica intensa del vino supera i valori della sufficienza
e si caratterizza per la speziatura e per gli aromi
di selvaggina. In quest'anno Fabrizio Bianchi elimina
dall'uvaggio le uve bianche, non usa più i raspi
in vinificazione e sopprime la pratica del “Governo
alla Toscana”.
86/100
Il Poggio 1970
Il colore aranciato cede ancora spazi cromatici al rosso
granato, la limpidezza è cristallina. Le note
odorose hanno un'intensa avvolgenza, con riconoscimenti
di prugna secca, di agrumi essiccati, di dattero e di
noce secca; in seguito intervengono note minerali, sentori
di aghi di pino, di legno di quercia e di carniere.
Al palato danzano sensazioni di tannino dal gusto di
frutta candita, con morbidezza glicerica e alcol ben
integrati nel tessuto strutturale e capaci di sviluppare
un senso di vellutatezza; lo spaccato gustativo si chiude
con un umore d'appetitosa sapidità. La persistenza
aromatica intensa temporeggia per lungo tempo e si distingue
per gli aromi di tabacco, di carruba e per un mix di
frutti esotici canditi.
91/100
Il Poggio 1971
Colore rosso aranciato con concentrazione cromatica
che risente a pieno dell'età, molto limpido e
trasparente. Ha bouquet intenso, con sentori di frutta
grigliata, di foglie secche, di caffè e di cacciagione;
ad un più approfondito esame si catturano anche
sentori minerali e d'asfalto fresco. Al gusto si presenta
finemente tannico, con flavour che ricorda l'aroma di
un distillato di vino invecchiato in legno, di dattero
e di prugna secca. La morbidezza sostiene l'equilibrio
gustativo e la sapidità ne completa il sapore
con pepata vivacità. Il gusto s'estende in un
finale di media lunghezza con proposte d'aromi di spezie
(pepe nero) e chiude con una asciutta sensazione di
tannino.
89/100
Il Poggio 1972
Il colore è rosso aranciato, sull'unghia si generano
sfumature color mogano, la limpidezza è cristallina,
ottima la consistenza. Intensissimo il profumo, con
immediati e spiccati sentori di frutta secca, di fico,
d'albicocca e di dattero, a cui s'accompagnano accenti
odorosi di menta, di liquirizia, di chicco di caffè
tostato e di goudron; ben dosata è la componente
empireumatica con dominante olfattiva tra zucchero bruciato
e aroma di caramella di rabarbaro. Gusto oltremodo vellutato,
setoso; le componenti dure solleticano con vivace sapidità
le papille intrise di una persistenza aromatica che
danza su un palcoscenico in cui gli aromi di frutta
secca, fieno e arancia candita esprimono la loro miglior
rappresentazione. Il vino è sostato in botte
di rovere di Slavonia da 50 hl per 3 anni.
93/100
Il Poggio 1974
Intensa miscellanea tra colore granato e aranciato,
veste compatta, cristallina la limpidezza. Profumo che
al primo impatto si nasconde un po', poi esplodono sentori
di prugna secca, di dattero appassito, di nuances iodate,
di fico bianco secco, di fieno essiccato, di liquirizia
e dileguanti note di distillato di vino invecchiato
in botti di rovere. Al palato si presenta con un'eleganza
tattile, in cui le sensazioni dei tannini si fondono
in dolcezza e ammaliano il palato per la loro suadenza.
Il gusto è complessivamente molto equilibrato,
nonostante l'annata non si presentasse sotto i migliori
auspici. Sorprende quindi la sua persistenza aromatica
intensa che sviluppa sentori prolungati di frutta secca,
in particolare prugna; chiude con un retrogusto gentilmente
armonico.
90/100
Il Poggio 1977
Rosso aranciato scuro, consistente e molto limpido.
Al profumo esprime sentori di albicocca secca, di carruba,
di liquirizia, di fico secco a pasta scura, di note
mentolate; chiude con una dominante di prugna secca.
Al gusto manifesta ancora una struttura tannica che
sorprende inizialmente le papille per la sua dolcezza,
poi invece di fondersi compiutamente con la parte morbida,
alcol in particolare, si fa notare per una certa aggressività
che non danneggia però l'equilibrio complessivo
del vino. La persistenza gusto olfattiva è abbastanza
lunga e si caratterizza per un ritorno aromatico di
prugna secca cotta nel vino, di grappa morbidamente
invecchiata nel legno e di vaporoso goudron. Da questa
annata le uve della vigna del Poggio furono raccolte
in cassette da venti kg nel tentativo di preservare
al meglio le peculiarità del Sangiovese.
89/100
Il Poggio 1982
Il colore ha un cuore granato con bordo aranciato, perfetta
la limpidezza. Al naso s'avvertono intensi profumi che
creano un'altalena odorosa che oscilla tra speziatura
–cannella, chiodi di garofano- e la frutta secca: netta
è la presenza della prugna scura; il profumo
esaurisce la sua intensità lasciando tracce di
trifoglio secco, di liquirizia, di carruba e radice
di rabarbaro. Il gusto del vino prevale nelle sensazioni
tanniche, condite con un dolce fruttato, mentre le note
morbide dipingono un equilibrio in cui prevale ancora
un po' freschezza e di sapidità. La persistenza
aromatica calca il palcoscenico gustativo a lungo, i
suoi attori sono i sentori di prugna secca e di brandy;
chiude con una sensazione finale pulita e che rimanda
alla memoria un tannino che sembra abbia ancora un po'
di strada da compiere per armonizzare completamente
il vino.
91/100
Il Poggio 1985
Rosso granato d'abito, buona la concentrazione cromatica
con bordo aranciato, esemplare la limpidezza. Spiccano
per varietà e intensità le tipiche note
della terziarizzazione: sentori di spezie, di prugna
secca, di rabarbaro, di mirtillo macerato in acquavite,
di chicco di caffè tostato, di carruba, di ruggine
di ferro, di liquirizia, di orzo tostato e di amido.
Il gusto è equilibrato, tannino e morbidezza
creano una complicità gustativa che farfalleggia
tra la frutta secca, l'uva appassita e una calda sensazione
d'alcool. Considerata da buona parte dei “vignerons”
toscani come la vendemmia del secolo, se ne ha conferma
analizzando il tannino di questa annata, che è
ancora integro nel suo proporsi al palato e si pregia
di una vellutata e saporita esuberanza. Il vino completa
il suo percorso con un finale gustativamente persistente,
segnato da note di frutta secca e di delicatissimi sentori
di distillato stagionato.
92/100
Il Poggio 1988
Veste rosso granato intenso con unghia aranciata, consistenza
compatta, lucida la limpidezza. Il profumo è
molto intenso, etereo. Al primo impatto risaltano note
di frutta a pasta scura essiccata, di spezie (pepe nero),
di pelliccia, di foglie di tabacco di sigaro toscano,
di ruggine di ferro, di resina di pino, di humus, di
fogliame secco; con una sosta più prolungata
sul vino s'avvertono anche note di marmellata di prugna
e leggeri sentori minerali. Il sapore è tannico,
dolcemente fruttato; la morbidezza prevale nell'entità
alcolica e costruisce un equilibrio parzialmente saporito.
La persistenza del gusto si caratterizza inizialmente
per il calore dell'alcol, poi lascia il posto alla frutta
secca (prugna) e chiude con un ricordo di distillato
di ciliegia e di caffè.
90/100
Il Poggio 1990
Rosso rubino che nell'unghia cangia con sfumature aranciate,
limpidezza cristallina. Intensamente floreale: fiori
di giaggiolo, di rosa e di viole essiccati; il fruttato
ricorda il gusto della ciliegia scura, della confettura
di frutta e della marmellata di mora e di prugna. Il
quadro olfattivo si completa con una speziatura di vaniglia,
di legno aromatico, di mandorla tostata e di ruggine
di ferro. Al primo impatto il vino esprime al palato
tutta la sua struttura, con una sensazione tannica e
fresca leggermente esuberante, espressa anche in un
“flavour” di frutta rossa e una concentrata sapidità
che lascia intravedere margini di miglioramento nell'equilibrio
gustativo e nell'armonia. La persistenza aromatica intensa
ha lunga vita ed evidenzia i componenti odorosi di confettura
di frutta rossa, a seguire si offrono note di cannella
e di violetta; si chiude con una sensazione finale di
fresca armonicità.
92/100
Il Poggio 1997
Il colore è rubino con bordo porpora, è
consistente e la limpidezza è tersa. I suoi intensi
profumi ricordano i fiori rossi: la rosa e le violette;
i piccoli frutti a bacca rossa: la ciliegia e il ribes
non completamente maturi. Lo specchio odoroso si completa
con sentori di spezie, come la cannella, la vaniglia
e il chiodo di garofano. Al gusto l'acidità esprime
una vivacità che richiama alla mente il sapore
della ciliegia marasca, equilibrata da una entità
morbida e alcolica accompagnata da un tannino succoso,
dolce e incisivo, a completamento delle sensazioni avvertite
al palato. La persistenza aromatica è discretamente
lunga, spicca decisamente un sentore di ciliegia selvatica,
di corniola. Il vino ha ancora ottime possibilità
di migliorare l'equilibrio gustativo con l'affinamento
in bottiglia. In quest'annata furono usate le barriques
nuove sul 40% del prodotto, il restante sostò
in botti di rovere di Slavonia da 50 hl.
91/100
Il Poggio 1999
Colore rosso rubino con bordo porpora, molto limpido.
Il profumo ha un'intensità elevata ed è
dominato dai sentori floreali: il giaggiolo e la viola;
nel frutto s'avverte una connotazione di ciliegia marasca
e di mora di rovo non matura. La vaniglia ha il ruolo
dell'attore principale nella speziatura e lascia alla
cannella quello di una preziosa comparsa, il sipario
olfattivo si chiude con sentori di frutta a bacca più
scura. Il gusto è dominato dalla freschezza tannica
del sangiovese, l'alcol ancora non s'è integrato
con le sostanze dure e l'equilibrio complessivo ne risente,
nonostante che la sapidità impreziosisca il corpo.
Il gusto finisce con una persistenza discretamente lunga,
segnata da un ricordo di ciliegia a fresca maturazione
con retrogusto decisamente asciutto. In quest'annata
tutto il vino ha sostato in barriques: in parte nuove
e in parte di secondo passaggio; successivamente è
stato assemblato in acciaio per tre mesi prima dell'imbottigliamento.
89/100
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