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  Degustazioni rivista Bibenda


 
   
 

ITALIA

TOSCANA

BARBERINO VA D'ELSA

 
     
 
 
Vino "IL POGGIO"

Degustazione effettuata nel mese di ottobre 2002 presso l'Azienda unitamente a Roberto Bellini.

CASTELLO DI MONSANTO

Via Monsanto n. 8

50021 Barberino Val d'Elsa (FI)

Tel. 055.8059000

Fax 055.805949

www.castellodimonsanto.it

monsanto@castellodimonsanto.it


1962-2002. Quaranta anni di Sangiovese. L'uva e' diventata adulta, ha depurato il proprio carattere d'irriverente esuberanza rurale che necessitava di “governo”, ha assorbito la tessitura del suo terreno, ha studiato in cantina le buone maniere per presentarsi a sconvolgere alcune certezze ritenute acquisite e sorprendere i degustatori con una performance temporale di varietale purezza e costante aristocraticita'.

Su una collina che s'erge tra la Val d'Elsa e la turrita visione di San Gimignano, il Sangiovese ha trovato dimora in un terreno ricco di minerali, dominato da galestro scistoso e da strati di calcarea argilla e gode di un microclima mite e ventilato. La vigna è di 5,5 ha ad un'altitudine di 310 metri slm, tutto ciò offre alla pianta un'ottimale escursione termica che ne facilita la maturazione; i contorni boschivi scolpiti da una flora assortita con piante di lecci e di cipressi, con cespugli di ginestre, di mortella e di corbezzoli “macchiano” una tela che ricorda la pittura di Giovanni Fattori. Qui nasce il Poggio, nel 1962, quando Fabrizio Bianchi ricevuta dai genitori in dono di nozze la terra del Castello di Monsanto, s'allontanò dall'esperienza del ricamificio dell'opulento varesotto e mise radici in una parte di campagna toscana a cui erano restati solo i perduti fasti del Granducato che fu.
Era un territorio “povero” questa parte del Chianti, tutto bosco, vigne, olivi e poco altro se non un seminativo irremunerativo; un luogo anche snobbato enologicamente dal Classico “Terziere”: Gaiole, Castellina e Radda. Terra in cui scommettere che ogni acino raccolto ha il valore di un grappolo di sudore, equivale a perdere il senno dell'avveduto, come se Leonardo da Vinci non avesse al tempo coniato per il vino quel “composto di umore e di luce”.
Eh si! E' in questo toscanissimo composto di umore e di luce che si articola la sintesi del Sangiovese degustabile, di un'uva che sembrava nata per nobilitare le zolle del contado di Montalcino o per esaltare lo spirito patrizio di Montepulciano: insomma qui il Sangiovese pareva essere il “figlio di un Dio minore”.
Caparbio come la radice della vitis vinifera che scava tra il sasso e il galestro per nutrire i suoi figliocci, Fabrizio Bianchi ha subito creduto nel connubio Poggio, Sangiovese; intuì che in quella collina poteva distillare la sintesi del Sorì e del Roncat. Vide nella plasticità di quella curva stagliata tra l'azzurro dell'infinito e le ombre delle nubi che rincorrono gli autunni, il valore di una misurata e silenziosa attesa alla ricerca delle offuscate essenzialità di un vitigno aspro e sopraffino, tannico e nervino, con il carattere vellutato dei petali delle violette e la ruvidità delle contratte pieghe del gusto della marasca. Dal Poggio doveva rinascere un Sangiovese capace di gareggiare con e contro il tempo, per resistere alle aggressioni delle uve “nobili” e sconfiggere definitivamente l'idea di un vitigno rustico e selvatico, calpestato da anni di promiscua e tradizionalistica mezzadria.
Degustando il passato enologico del Poggio del Castello di Monsanto si fa risorgere un'antica terra, si ascoltano i suoi silenzi e si carpiscono le voci perdute di lotte tra fiorentini e senesi; è captare lo stridio di carri trainati da bianche vacche e l'acciottolarsi polveroso degli eserciti schierati. E' digerire le festose sonorità delle vendemmie ed assorbire gli stanchi sorrisi di chi ha reciso il succo di un anno di lavoro.
Questo quarantennale percorso enologico è stato una continua sfida tra l'uomo e l'uva, perché l'idea di Fabrizio Bianchi prima e della figlia Laura, poi, è stata quella di creare un Sangiovese proprio, il Sangiovese di Monsanto. Le annate non sempre hanno riservato gradevoli sorprese, ma a Monsanto non si è mai rinunciato a una vendemmia, testimonianza ne è l'annata 1966, dove il 50% delle uve erano sane e l'altro 50% involontariamente botritizzate; da questo coraggioso esperimento ne è uscito un vino sorprendente, con profumi ancor oggi d'assoluto interesse e singolare equilibrio gusto olfattivo. Lo stesso accadde nel 1972, quando le uve si presentarono botritizzate per l'80% circa; mai si sarebbe pensato che il vino di questa annata avrebbe assunto un carattere d'unicità tanto da proporsi in degustazione all'apice della qualità.
Fabrizio Bianchi ha anche lottato pioneristicamente contro la tradizionalità dell'uvaggio chiantigiano e del sistema di vinificazione, togliendo a partire dall'anno 1968 i raspi e le uve bianche (Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti) ed eliminando la pratica del “governo all'uso toscano”. Ancora alla ricerca del meglio, a partire dalla vendemmia 1977, le uve del vigneto il Poggio sono state raccolte in cassette da 20 kg per eliminare i traumi derivanti dall'uso delle tramoggie e delle clochee dei carrelli.
La convinzione è sempre stata quella che l'uva Sangiovese dovesse resistere nel tempo e dare il meglio di sé nell'affinamento prolungato, in virtù anche del fatto che il terreno galestroso fosse d'importante sostegno alla carica tannica e polifenolica del frutto e che questa prerogativa andasse preservata ed espressa al meglio negli anni. Per Fabrizio e Laura Bianchi il Sangiovese di Monsanto è un vitigno indigeno, e come tale deve nutrirsi nel proprio terreno per lungo tempo per estrarne l'essenza e trasformarla in caratteristiche organolettiche, che con costanza lo contraddistinguano in purezza e mineralità, potenza ed eleganza.
Il Sangiovese di Monsanto, perché cosi ci piace chiamarlo, trova nell'uva Canaiolo a bacca nera (7%) e nel Colorino (3%), quella naturale complicità enologica che perfeziona e completa la sua fruttuosità, sia al gusto che all'olfatto, senza che sia contaminata la sua tipicità.
Il Poggio è un vino che ha assorbito completamente i profumi del terreno e dei contorni boschivi in cui hanno vissuto le sue uve, un vino con una linfa minerale che si ripete di vendemmia in vendemmia, che offre un odore di scatola di sigaro toscano, arricchito da un profumo di pregiato legno corroso dal tempo, su una base fruttata che si rinnova o si trasforma di stagione in stagione. La sosta in legno, anche nuovo e di piccole dimensioni, apporta al naturale fruttato dell'uva preziose componenti balsamiche ed empireumatiche che nel tempo si fondono creando una complessità ed una profondità olfattiva che affascina l'olfatto. E' una successione elegante di profumi che di anno in anno giocano a rincorrersi e a nascondersi, ma si presentano sempre con un'aristocratica semplicità.
Il palato è accarezzato dal vino che sprigiona la particolare carica gustativa del Sangiovese -tannino e freschezza- ma richiama alla mente del degustatore anche la durezza del lento e continuo lavoro in vigna: “Piacer figlio d'affanno”.
In quaranta anni di storia il Poggio ne ha viste di tutti i colori, tante battute di caccia si sono succedute senza che preda e predatore, pur sfiorandosi, si siano combattuti; è stato uno sfuggire e un ritrovarsi di profumi e di sapori, uno stupirsi ed entusiasmarsi di emozionante temporalità. E' un vino per cui è valsa e varrà la pena di lottare.


Il Poggio 1962
Tessuto cromatico aranciato senza sfilacciature, cristallina la limpidezza. Intenso, ma sottile, al profumo, con una gamma compiuta di sentori d'evoluzione: buccia d'arancia candita, liquirizia, tabacco, prugna secca. Il vino si presenta più sostenuto nella componente olfattiva rispetto a quella gustativa, dove s'avverte un tannino di raspo, equilibrato dall'alcol, con finale che si completa nelle componenti speziate e nella frutta candita e che crea una discreta persistenza aromatica intensa sfumata anche in sentori delicati di goudron. Il vino è stato ottenuto con uve Sangiovese, Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti provenienti da vigneto promiscuo, le bacche giunsero in cantina nelle bigonce, in fermentazione erano presenti anche i raspi ed infine fu sottoposto al “Governo alla Toscana”. 

88/100


Il Poggio 1966
Veste aranciata, cristallina la limpidezza, ottima la consistenza. Il profumo si sviluppa in una intensità mediamente complessa, in cui dominano elegantemente sentori di caramella di rabarbaro, di melassa, di fico secco, di carruba e di fumè di legno nobile. Sorprende il gusto di un tannino che sprigiona sensazioni di fruttato essiccato sostenuto da una sapidità minerale che si fonde in un equilibrio di morbida suadenza, fino a sfumare in profumi d'acquavite che integrano una prolungata persistenza aromatica intensa. Il finale è asciutto e corroborante. In quest'anno è entrato in funzione il “nuovo” vigneto del Poggio: alla parte promiscua s'aggiunsero alcuni ettari di vigneto specializzato. 

89/100



Il Poggio 1968

Rosso aranciato con grumi granati, limpidezza cristallina. La terziarizzazione caratterizza con decisione il profumo evidenziando note di iodio, di caffè freddo, di rabarbaro, di foglia di tabacco di sigaro toscano e di goudron. Al gusto è equilibrato, il tannino cede ancora un sapore fruttato anche se l'alcol tende leggermente a prevalere e ciò testimonia una diversa ricerca di maturazione del frutto. La persistenza aromatica intensa del vino supera i valori della sufficienza e si caratterizza per la speziatura e per gli aromi di selvaggina. In quest'anno Fabrizio Bianchi elimina dall'uvaggio le uve bianche, non usa più i raspi in vinificazione e sopprime la pratica del “Governo alla Toscana”. 

86/100



Il Poggio 1970
Il colore aranciato cede ancora spazi cromatici al rosso granato, la limpidezza è cristallina. Le note odorose hanno un'intensa avvolgenza, con riconoscimenti di prugna secca, di agrumi essiccati, di dattero e di noce secca; in seguito intervengono note minerali, sentori di aghi di pino, di legno di quercia e di carniere. Al palato danzano sensazioni di tannino dal gusto di frutta candita, con morbidezza glicerica e alcol ben integrati nel tessuto strutturale e capaci di sviluppare un senso di vellutatezza; lo spaccato gustativo si chiude con un umore d'appetitosa sapidità. La persistenza aromatica intensa temporeggia per lungo tempo e si distingue per gli aromi di tabacco, di carruba e per un mix di frutti esotici canditi. 

91/100



Il Poggio 1971
Colore rosso aranciato con concentrazione cromatica che risente a pieno dell'età, molto limpido e trasparente. Ha bouquet intenso, con sentori di frutta grigliata, di foglie secche, di caffè e di cacciagione; ad un più approfondito esame si catturano anche sentori minerali e d'asfalto fresco. Al gusto si presenta finemente tannico, con flavour che ricorda l'aroma di un distillato di vino invecchiato in legno, di dattero e di prugna secca. La morbidezza sostiene l'equilibrio gustativo e la sapidità ne completa il sapore con pepata vivacità. Il gusto s'estende in un finale di media lunghezza con proposte d'aromi di spezie (pepe nero) e chiude con una asciutta sensazione di tannino. 

89/100



Il Poggio 1972
Il colore è rosso aranciato, sull'unghia si generano sfumature color mogano, la limpidezza è cristallina, ottima la consistenza. Intensissimo il profumo, con immediati e spiccati sentori di frutta secca, di fico, d'albicocca e di dattero, a cui s'accompagnano accenti odorosi di menta, di liquirizia, di chicco di caffè tostato e di goudron; ben dosata è la componente empireumatica con dominante olfattiva tra zucchero bruciato e aroma di caramella di rabarbaro. Gusto oltremodo vellutato, setoso; le componenti dure solleticano con vivace sapidità le papille intrise di una persistenza aromatica che danza su un palcoscenico in cui gli aromi di frutta secca, fieno e arancia candita esprimono la loro miglior rappresentazione. Il vino è sostato in botte di rovere di Slavonia da 50 hl per 3 anni. 

93/100



Il Poggio 1974
Intensa miscellanea tra colore granato e aranciato, veste compatta, cristallina la limpidezza. Profumo che al primo impatto si nasconde un po', poi esplodono sentori di prugna secca, di dattero appassito, di nuances iodate, di fico bianco secco, di fieno essiccato, di liquirizia e dileguanti note di distillato di vino invecchiato in botti di rovere. Al palato si presenta con un'eleganza tattile, in cui le sensazioni dei tannini si fondono in dolcezza e ammaliano il palato per la loro suadenza. Il gusto è complessivamente molto equilibrato, nonostante l'annata non si presentasse sotto i migliori auspici. Sorprende quindi la sua persistenza aromatica intensa che sviluppa sentori prolungati di frutta secca, in particolare prugna; chiude con un retrogusto gentilmente armonico. 

90/100



Il Poggio 1977
Rosso aranciato scuro, consistente e molto limpido. Al profumo esprime sentori di albicocca secca, di carruba, di liquirizia, di fico secco a pasta scura, di note mentolate; chiude con una dominante di prugna secca. Al gusto manifesta ancora una struttura tannica che sorprende inizialmente le papille per la sua dolcezza, poi invece di fondersi compiutamente con la parte morbida, alcol in particolare, si fa notare per una certa aggressività che non danneggia però l'equilibrio complessivo del vino. La persistenza gusto olfattiva è abbastanza lunga e si caratterizza per un ritorno aromatico di prugna secca cotta nel vino, di grappa morbidamente invecchiata nel legno e di vaporoso goudron. Da questa annata le uve della vigna del Poggio furono raccolte in cassette da venti kg nel tentativo di preservare al meglio le peculiarità del Sangiovese. 

89/100


Il Poggio 1982

Il colore ha un cuore granato con bordo aranciato, perfetta la limpidezza. Al naso s'avvertono intensi profumi che creano un'altalena odorosa che oscilla tra speziatura –cannella, chiodi di garofano- e la frutta secca: netta è la presenza della prugna scura; il profumo esaurisce la sua intensità lasciando tracce di trifoglio secco, di liquirizia, di carruba e radice di rabarbaro. Il gusto del vino prevale nelle sensazioni tanniche, condite con un dolce fruttato, mentre le note morbide dipingono un equilibrio in cui prevale ancora un po' freschezza e di sapidità. La persistenza aromatica calca il palcoscenico gustativo a lungo, i suoi attori sono i sentori di prugna secca e di brandy; chiude con una sensazione finale pulita e che rimanda alla memoria un tannino che sembra abbia ancora un po' di strada da compiere per armonizzare completamente il vino. 

91/100



Il Poggio 1985
Rosso granato d'abito, buona la concentrazione cromatica con bordo aranciato, esemplare la limpidezza. Spiccano per varietà e intensità le tipiche note della terziarizzazione: sentori di spezie, di prugna secca, di rabarbaro, di mirtillo macerato in acquavite, di chicco di caffè tostato, di carruba, di ruggine di ferro, di liquirizia, di orzo tostato e di amido. Il gusto è equilibrato, tannino e morbidezza creano una complicità gustativa che farfalleggia tra la frutta secca, l'uva appassita e una calda sensazione d'alcool. Considerata da buona parte dei “vignerons” toscani come la vendemmia del secolo, se ne ha conferma analizzando il tannino di questa annata, che è ancora integro nel suo proporsi al palato e si pregia di una vellutata e saporita esuberanza. Il vino completa il suo percorso con un finale gustativamente persistente, segnato da note di frutta secca e di delicatissimi sentori di distillato stagionato. 

92/100



Il Poggio 1988
Veste rosso granato intenso con unghia aranciata, consistenza compatta, lucida la limpidezza. Il profumo è molto intenso, etereo. Al primo impatto risaltano note di frutta a pasta scura essiccata, di spezie (pepe nero), di pelliccia, di foglie di tabacco di sigaro toscano, di ruggine di ferro, di resina di pino, di humus, di fogliame secco; con una sosta più prolungata sul vino s'avvertono anche note di marmellata di prugna e leggeri sentori minerali. Il sapore è tannico, dolcemente fruttato; la morbidezza prevale nell'entità alcolica e costruisce un equilibrio parzialmente saporito. La persistenza del gusto si caratterizza inizialmente per il calore dell'alcol, poi lascia il posto alla frutta secca (prugna) e chiude con un ricordo di distillato di ciliegia e di caffè. 

90/100



Il Poggio 1990
Rosso rubino che nell'unghia cangia con sfumature aranciate, limpidezza cristallina. Intensamente floreale: fiori di giaggiolo, di rosa e di viole essiccati; il fruttato ricorda il gusto della ciliegia scura, della confettura di frutta e della marmellata di mora e di prugna. Il quadro olfattivo si completa con una speziatura di vaniglia, di legno aromatico, di mandorla tostata e di ruggine di ferro. Al primo impatto il vino esprime al palato tutta la sua struttura, con una sensazione tannica e fresca leggermente esuberante, espressa anche in un “flavour” di frutta rossa e una concentrata sapidità che lascia intravedere margini di miglioramento nell'equilibrio gustativo e nell'armonia. La persistenza aromatica intensa ha lunga vita ed evidenzia i componenti odorosi di confettura di frutta rossa, a seguire si offrono note di cannella e di violetta; si chiude con una sensazione finale di fresca armonicità. 

92/100



Il Poggio 1997

Il colore è rubino con bordo porpora, è consistente e la limpidezza è tersa. I suoi intensi profumi ricordano i fiori rossi: la rosa e le violette; i piccoli frutti a bacca rossa: la ciliegia e il ribes non completamente maturi. Lo specchio odoroso si completa con sentori di spezie, come la cannella, la vaniglia e il chiodo di garofano. Al gusto l'acidità esprime una vivacità che richiama alla mente il sapore della ciliegia marasca, equilibrata da una entità morbida e alcolica accompagnata da un tannino succoso, dolce e incisivo, a completamento delle sensazioni avvertite al palato. La persistenza aromatica è discretamente lunga, spicca decisamente un sentore di ciliegia selvatica, di corniola. Il vino ha ancora ottime possibilità di migliorare l'equilibrio gustativo con l'affinamento in bottiglia. In quest'annata furono usate le barriques nuove sul 40% del prodotto, il restante sostò in botti di rovere di Slavonia da 50 hl. 

91/100



Il Poggio 1999
Colore rosso rubino con bordo porpora, molto limpido. Il profumo ha un'intensità elevata ed è dominato dai sentori floreali: il giaggiolo e la viola; nel frutto s'avverte una connotazione di ciliegia marasca e di mora di rovo non matura. La vaniglia ha il ruolo dell'attore principale nella speziatura e lascia alla cannella quello di una preziosa comparsa, il sipario olfattivo si chiude con sentori di frutta a bacca più scura. Il gusto è dominato dalla freschezza tannica del sangiovese, l'alcol ancora non s'è integrato con le sostanze dure e l'equilibrio complessivo ne risente, nonostante che la sapidità impreziosisca il corpo. Il gusto finisce con una persistenza discretamente lunga, segnata da un ricordo di ciliegia a fresca maturazione con retrogusto decisamente asciutto. In quest'annata tutto il vino ha sostato in barriques: in parte nuove e in parte di secondo passaggio; successivamente è stato assemblato in acciaio per tre mesi prima dell'imbottigliamento. 

89/100

 
     
     
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