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FRANCIA
 
     
 

BORGOGNA


Degustazione effettuata nel luglio 2003 con Roberto Bellini


La Côte prima ancora che un vigneto è un profumo, lo si respira appena si lascia Dijon e scivolando verso il sud s’imbocca la leggendaria D122 a Chenôve: è la strada dei Grands Crus.
Prima di nutrirsi del territorio vitivinicolo del primo villaggio della Côte de Nuits, Marsannay-La-Côte, è gradevole lasciarsi cullare dal ricordo del chiacchierato mormorio dell’acqua del canale di Borgogna, assaporare i palpiti del vento che dalla costa planano accarezzando le punte delle foglie di una vigna coltivata a Pinot noir, per ricordarsi che il profumo del “brulage” dei tralci potati invade la pianura e le cantine dei Domaine ai confini della R.N. 74, con un flashback di fumè e d’arrugginito che la pianta intercetta come fosse fertilizzante naturale, per ridonarlo al Pinot noir nell’età più adulta e matura.
Anche il terreno riesce a profumare in Borgogna, con quella miscela argillo-calcarea così sbriciolata da donare un’aroma ad ogni delicato sospiro di vento; s’avverte nelle giornate in cui il grado di umidità è basso il profumo del “terroir”, e si riesce a cogliere anche le sfumature dei diversi terreni dei vigneti.
E pensare che la vigna copre una piccolissima parte del vasto territorio della Borgogna, che possiede foreste immense, il magico e stregato Morvan, pianure quasi desertiche, vallate addormentate in un ducale sogno e campanili così appuntiti da forare le basse nubi gonfie d’acqua salubre, la stessa -anzi era salata-, che 150 milioni di anni fa qui riposava, schiumando nelle spiagge di sabbia finissima. Non è infrequente trovare nelle vigne della Côte de Nuits dei fossili di conchiglie; le sedimentazioni succedutesi hanno compresso le rocche fino a formarne del marmo, come quello di Comblanchien, chiamato anche le “carrare française”.
Fu merito di queste compresse sedimentazioni se il territorio si conformò in arrotondate ondulazioni, tanto che a prima vista non ci si accorge quando le sinuosità del terreno si fondono con la pianura o s’ergono in bianchi speroni turriti d’affioramento calcareo.
La storia del vino della Côte d’Or è prima di tutto una questione di terra e di terreno, dove la pianta s’è rifugiata alla ricerca dei magici melange di ciottoli, di calcare e di argille, per posarvi le radici in profondità e coglierne le condizioni di diversità e di originalità.
La vigna s’adagia tra la mezza costa e la pianura e s’addobba con una regale corona di pini neri contornata di roveti e di bassi cespugli, volge la parte migliore del suo profilo a nord-ovest e a sud-est, inventa incantati versanti per la coltivazione dell’uva che saranno all’origine della creazione di qualcuno dei più grandi crus.
Ogni silohuette di terra ha in Borgogna una specificità d’esposizione e di terroir, una sottile e raffinata diversificazione di terra e pietre che hanno creato il “climat” ed il “clos”, e che in tempi meno remoti ha determinato l’originalità delle vigne e dei vini e quindi delle denominazioni d’origine (A.O.C.).
Abbazie e chiese testimoniano la storia di un luogo in cui il culto liturgico fu forse un pretesto di salvaguardia dei vigneti, non per esclusivo uso officiante ma per dimostrare anche la potenza di un Dio che sigla materialmente e spiritualmente il paesaggio.
Per questo motivo selezionarono ogni parcella di terra, scelsero le migliori zolle con saggia competenza, costruirono dei muretti per circondare le piante e crearono il “clos”: il più celebre resta quello di Vougeot. La maggior parte dei vigneti pregiati ha questa origine, risalgono perfino al VII secolo, come il Clos de Bèze a Gevrey-Chambertin o quello che diventerà la Romanée a Vosne.
Non c’è correlazione tra la storia del vino di Borgogna e quello Italiano, coloro che lavorarono per sviluppare i vigneti e la viticoltura furono subito considerati dei vignaioli (vignerons) e non dei contadini alle prese con diversificanti promiscuità colturali.
La precoce intensità degli scambi commerciali e la particolarità del prodotto creerà delle figure professionalmente nuove, intermediari enologici singolarmente innovativi per il panorama dell’epoca: négociants affinatori, vignaioli négociants e négociants mediatori che si calavano di volta in volta nel percorso commerciale del prodotto.
La vera Borgogna sbocciò nel mese di agosto del 1395, quando Filippo l’Ardito decretò la supremazia del Pinot noir (ottenuto dai monaci per selezione dall’antico Noirien) sul Gamay, giudicato in quel periodo “ingannatore” e innescò una querelle che s’estenderà fino all’inizio del XX secolo, procurando un contrasto di due mondi, se non di due classi so
ciali: il Pinot noir, l’eccellenza, per coloro che potevano permetterselo e dall’altra parte la produttività del Gamay, per coloro che dovevano monetizzare. La frattura di pensiero sembra ancora echeggiare nei discorsi dei vignerons appoggiati al “comptoir” dei bistrots a sorseggiare un bianco e vivace Aligotè, anche se ormai il Gamay domina felicemente e con assoluta grazia le colorate colline a Sud di Maçon.
Dal XIII al XVII secolo i vignerons dovettero combattere con alterne vicende una battaglia, all’ultimo sorso di Chardonnay, contro lo Champagne per assicurarsi il favore della corte di Parigi e tuonare ai più alti fasti dell’impero. Ma l’incantato tocco di fortuna del vino di Borgogna risulta anche intriso di leggenda e di misticismo, tanto che ancora si mormora che fu il vino rosso di Beaune, offerto da un convento carmelitano, a porre fine alla sterilità di Anna d’Austria … o forse a quella del Re, fatto sta che fu concepito il futuro Re Sole e la vigna, che ancor’oggi produce uva, fu ribattezzata “Vigne de l’Enfant Jésus”.
Ma la Borgogna è stata anche la terra dei vignerons nascosti, soggiogati da una catena commerciale di professionisti e di specialisti che crearono un’attività molto borgognona e molto particolare: il négoce (da cui négociant) che sarà per secoli l’anello di congiunzione tra la produzione e il consumo. Il vigneron dovrà attendere fin quasi al XX° secolo per potere vendere direttamente il proprio vino.
Beaune, l’odierna capitale enologica, a questo punto si ricicla, abbandona la stoffa e intraprende il commercio del vino, favorita anche dalla sua posizione centrale in quella che i francesi chiamano ancora affettuosamente “la Côte Vineuse”.
Fino all’esplosione della Rivoluzione si assisterà ad una rincorsa all’accaparramento dei vigneti da parte di principi, di aristocratici e di borghesi arricchiti. Curiosa è la storia del principe Conti, cugino di Luigi XVI, che acquistò un piccolo clos, quello dei “Quattro Giornali” che era proprietà dei monaci di Saint-Vivaint: rinominato “Romanée” verso il 1650, diventa un culto enologico per la sua piccolissima estensione e deve il proprio nome d’origine non ai Romani, ma a “giornale”, antica unità di misura di 34,30 are corrispondente a quanto un uomo poteva lavorare dall’alba al tramonto. La curiosità sta nel fatto che una parte di quella vigna si chiamerà Conti (Romanée Conti) solo dopo la Rivoluzione, perché quello fu il nome che gli fu attribuito durante la vendita.
Particolari vicissitudini sono state invece vissute dall’uva bianca, perché il vino di Borgogna fu per secoli identificato in un liquido rosso brillante capace di scaldare le teste, mentre il bianco visse in un sonnolento anonimato fino all’8 marzo 1787, quando Thomas Jefferson (futuro presidente U.S.A.) scrisse nei suoi appunti di viaggio del vino bianco di Montrachet.
La Rivoluzione, pur confiscando tutti i vigneti, non apportò danni allo sviluppo enologico del territorio e la frammentazione, pur già estesa, diventò ancor di più estrema, ma anziché avviare un momento di regressione si trasformò in innovazione e in crescita, tanto da giungere nell’era moderna e dare origine ad un modello enologico per tutti quei vini ottenuti da Pinot noir e da Chardonnay nel mondo.

Bourgogne è una denominazione regionale che si estende su 300 km, dallo Yonne (a Nord) fino quasi alla Valle del Rodano. Presenta un panorama di vini alquanto variegato, da quelli con vivacità beverina ad altri che resistono nel tempo.

Bourgogne “Clôs du Château” 2001
Chateau de Puligny-Montrachet, Puligny Montrachet


Il colore paglierino vivace non lascia spazio ad alcun riflesso. Il profumo è una fioritura di tigli, è così dolce da trasformarsi in note di miele e confondersi in ricordi di verbena. La parte fruttata risulta meno espressiva, scie di pera e di nocciola tostata anticipano note minerali e di pepe bianco. Il vino scivola nel palato tracciando un gusto tra il fresco e l’asprigno, sprizza di limone e di agrumi, è saporito, ha un finale dal gusto pulito e rinfrescante. La proiezione aromatica riesce a resistere intorno agli nove secondi, la chiusura è delicatamente morbida con alcol ben dosato e retrogusto d’agrumi.
La pesca dei gamberetti di acqua dolce è un passaggio istituzionale della cucina della Borgogna, fa parte del patrimonio genetico dell’infanzia delle persone più anziane della regione, è la cucina “buissonière”, quella scanzonata e marinaresca dell’infanzia che fù. I gamberetti “à la bourguignonne”, s’aggrediscono con il flambé al marc de Bourgogne, si completano con il vino bianco, si insaporiscono con cipolla, dragoncello, cerfoglio e si crea la riduzione finale impiegando il chinois e la crema di panna; vogliono vino bianco, vivace e fresco come il Bourgogne.

87/100


Bourgogne 1997
Domaine Leflaive
, Place des Marronieres, 21190 Puligny-Montrachet


Giallo dorato pieno e cristallino, con una tonalità che niente ha ceduto agli anni. Il profumo è prettamente caratterizzato da sentori di burro di nocciolina, non si negano nemmeno espressioni fruttate, ananas, pera williams, e si completa con uno spicchio d’evoluzione che s’esprime in ricordi di tisana e di infusi vegetali. Al gusto l’impatto iniziale è dominato dalle sensazioni di morbidezza, rapidamente sopraffatte dal sapore fresco e salino della susina gialla che testimonia un’acidità ancora viva, La persistenza aromatica è accettabile, otto secondi, e fa riaffiorare un finale di refrigerante frutta a pasta gialla.
Negli stagni di Bresse e della parte pianeggiante della Borgogna si trovano ancora le rane, che si cucinano sia fritte che alla crema: un Bourgogne come questo stempera deliziosamente la tendenza dolce delle cosce di rana fritte.

L’A.O.C. Gevrey-Chambertin nasce nel 1936 e si trova a dodici km a sud di Digione, il suolo ha un forte componente calcarea e ciottolosa nella parte alta; l’argilla interviene man mano che il terreno scende verso la pianura.

86/100


Gevrey-Chambertin permier cru “Les Cazetiers” 2000
Domaine Armand Rousseau Père et Fils
, 1 rue de l’Aumônerie, 21220 Gevrey-Chambertin
Il vigneto “Les Cazetiers” si trova al confine del bosco, in una delle parti più alte della denominazione.
Rubino chiaro è il suo colore. L’intensità floreale regala al naso sentori di viola, poi continua con una speziatura carica di chiodo di garofano, ammaliante balsamico (iodio e resina di pino), cannella e liquirizia; la ciliegia e la mora si frappongono in questa continuità e lasciano entrare un profumo di cuoio giovane, di tartufo scorzone e di humus. Il gusto impatta nel palato con ingredienti ben dosati tra acidità, sapidità e alcol; s’avverte che la loro natura è ben estratta anche se il tannino non partecipa pienamente alla costruzione del corpo. La persistenza trattiene per quasi tredici secondi un flavour floreale di viola mammola e devia in una sensazione finale pseudofresca che invita a ripetuti assaggi.
Il “coq au vin” potrebbe essere un’effige della bandiera gastronomica francese. Nella Côte la ricetta si chiama “coq au Chambertin” ed è possibile gustarla nella maison di qualche vignaiolo, ovviamente bagnato in cottura e fuori con il rosso di Gevrey.

89/100


Gevrey-Chambertin premier cru “Clos Prieur” 2000
Jean & Jean-Louis Trapet
, 53 route de Beaune, 21220 Gevrey-Chambertin


E’ il Clos del Priore,ma non ha alcuna chiesa vicina, si incontra uscendo dal villaggio di Gevrey-Chambertin seguendo la D122, la route des grands crus.
Rubino e porpora sono i colori che si fondono nel calice da degustazione. Il profumo s’allunga con impeto verso il naso in una espressione floreale in cui domina la rosa dai petali rosso scuri e la viola mammola. Non mancano tracce di spezie, pepe nero e liquirizia; tasselli di boisè, di resina di pino, di felce, di sottobosco e di pelle incastrati in un fruttato di ribes rossi e di ciliegia. Ha gusto saporito, che rinforza in modo proporzionale il corpo del vino grazie ad un tannino “dolce e fruttato e a una l’acidità che non altera l’equilibrio . Dopo la deglutizione resiste una persistenza di frutti rossi e viola mammola, quattordici secondi, e lascia una sensazione finale dal sapore di piccoli frutti rossi.
Il manzo è un alimento fondamentale della cucina della Borgogna e un modo tradizionale di cucinarlo è lo stufato. Daube bourguignonne quindi per questo vino; il manzo viene cotto in una cocotte nel forno del pane, con strati di braci sotto e sopra il contenitore, la carne si fonde con estenuante lentezza, tre ore, con il vino rosso; può essere proposta nella versione calda o fredda, servita il giorno dopo, per il pasto all’aria aperta come accadeva nelle vendemmie dell’Avallonais.

91/100


Latricières-Chambertin grand cru 2000
Jean & Jean-Louis Trapet


Ancora un grand cru da una vigna di sette ettari e mezzo, gode di un microclima leggermente più caldo e un suolo calcareo con rocce dure sottostanti.
Il colore si presenta rubino con bordo granato. Il primo profumo è di viola mammola, i contorni odorosi esprimono un amalgama d’insieme che va dal cuoio alla liquirizia, dal sentore d’alloro al pepe nero, dal caffè freddo al balsamico (corteccia d’albero) con finale di polvere di cacao amaro. Al palato s’avverte un Pinot di rara potenza tannica, l’acidità è sempre viva ma non sinergica nella durezza totale del vino. Tutta irruenza di gioventù, con finale intorno ai 12 secondi che regala un continuità aromatica di rosa appassita e di viola mammola ed una chiusura d’erbe secche aromatizzanti. E’ un vino realmente fotografabile come la classicità vera del terroir.
Il manzo charolais è un animale bellissimo, dal mantello bianco, che colora il verde paesaggio di parte dei territori della Borgogna, Nièvre e Auxois in particolare. Una ricetta molto particolare è quella chiamata alla “bareuzaï”, parola che trae origine dal tempo in cui si follava l’uva con i piedi e al momento di uscire s’era formata una patina rosa sugli arti, così come si forma nella ricetta “Entrecôte Bareuzaï” quando si completa il piatto con del Borgogna rosso e champignon, e naturalmente un Latricières.

89/100


Chambertin grand cru 2000
Jean & Jean-Louis Trapet


Le vigne che allignano nella parte sud della denominazione Gevrey-Chambertin danno origine a sette grand crus, tra cui questo Chambertin che veste un color rosso rubino con classiche sfumature porpora, tipiche del Pinot noir. Chambertin deriva da champ-bertin: campo di Bertino; un ostinato vignaiolo che sfidò la classe viticola aristocratica e clericale per farsi una vigna con del buon vino. Il vino libera dal bicchiere un intenso profumo boisè dal carattere dolciastro e continua con un percorso floreale in cui sbocciano sentori di rosa dai petali rosso scuro e viola mammola. Prima che perda di complessità si captano anche profumi di lampone, di ciliegia, di alloro ed erbette aromatiche, di cuoio, di liquirizia, di cacao amaro in polvere. Il vino propone al palato una struttura tannica, con dimensione gradevolmente luvida e un’acidità saporita, fresca e levigante; il gusto che persiste trova una dimensione fruttata, dal sapore di jus di cassis che s’allunga per oltre 12 secondi in una persistenza dall’estensione rinfrescante per un finale che ricorda il volume tannico a testimoniare di un bisogno di riposo organolettico prima di scuotersi in un nuovo equilibrio.
In Borgogna si trovano villaggi che rappresentano il succo della viticoltura, ma si incontrano anche piccoli borghi dai nomi molto curiosi, come Villapourçon e Préporché che testimoniano altre vitali attività, una di queste è l’allevamento dei maiali (porc). Il Morvan è la patria dell’allevamento tanto che dopo la rivoluzione, in uno stridente periodo di decristanizzazione, un villaggio fù rinominato Marat-les-Porcs, oggi a Porcs s’è sostituito les-Forêts. Le fettine di maiale alle cipolle sono una ricetta della foresta del Morvan, s’impiega lo strutto (in Borgogna non c’è olio d’oliva) per friggerle e aglio e aceto di cetriolini per insaporirle. Si crea un gusto saporito e con tendenza dolce e c’è anche una discreta persistenza: il Pinot noir di Chambertin resiste a tutto ciò.

90/100


Clos de la Roche è una A.O.C. dal 1936, i vigneti si elevano tra i 250 e i 300 metri di altitudine nel comune di Morey Saint-Denise al confine con Gevrey-Chambertin; il nome lo deve al suo terreno, il calcare condito con sassolini si trova seduto sulla roccia. Sono quasi 17 ha di bassi filari recintati da un muretto. E’ un cru confederato perché composto da tre porzioni di vigne: Monts-Louisant-Bas, Les Mochamps e Clos de la Roche.

Clos de la Roche Grand cru 2000
Domaine Armand Rousseau Père et Fils


Ecco un Pinot noir di media cromaticità, il colore è rubino, l’unghia è porpora. Si rotea il vino e lo si osserva scivolare lungo le pareti del vetro, già lontano dal naso riesce a far sentire i suoi profumi, netto è il suo floreale, impressiona il ricordo di violette di bosco e di glicini appena sbocciati, più sotto, in profondità, spezie e frutti producono uno strato odoroso oltremodo complesso. Ciliegia marasca, lampone, ribes nero, vaniglia, liquirizia dolce, chiodo di garofano, corteccia di pino e humus di sottobosco autunnale che effonde aromi di fungo s’aggirano nel bicchiere e si propongono con fascinosità. Non c’è un profumo che prevale con puntuale decisione, non c’è aroma che tenta di nascondersi; a un primo impatto s’avvertono tutti insieme creando una composizione odorosa simile a una musicalità prodotta da una mano che veloce scorre sulla tastiera di un pianoforte, oppure si rincorrono l’uno con l’altro, saltellando sulle note della loro finezza, fino a comporre un andante sinfonico.
La freschezza si propone in guanti di velluto, è tutta intrisa di fruttato, è proporzionata nell’equilibrio con il tannino elegante, anche se l’alcool mostra i suoi muscoli; la morbidezza sembra adagiarsi su un cuscino sofficissimo. La sensazione gusto olfattiva e la persistenza aromatica sono lunghissime, oltre i venti secondi, estenuante è il fruttato che propone, la speziatura avanza quando si attenua l’esuberanza dei piccoli frutti rossi. Dopo averlo degustato ci si accorge che qualcosa è cambiato in noi, abbiamo un marchio “Clos de la Roche” tatuato nella memoria.
Provate questo vino con i piatti a base di lepre, oppure con il cosciotto di cinghiale. Nella Côte d’Or lo servono per accompagnare il prosciutto del Morvan cotto in forno e servito con una salsa di vino, ovviamente vin rouge.

93/100



Nella Côte d’Or lo Chambolle-Musigny è forse il vino più femminile, ma non per questo arrendevole, anzi sorprende quando non fa fronte al tempo che passa. I vigneti volgono a est, alla ricerca di un sole capace di scaldare l’acino, si situano tra i 250 e i 300 metri s/l/m e riposano su un suolo di colore brunastro, calcareo, ghiaioso e con limo rossastro; non c’è quella massiccia presenza d’argilla che dà la potenza, il vino vince però in eleganza e femminilità rispetto agli altri della Côte.

Chambolle-Musigny 2000
Domaine Comte Georges de Vogüé, Chambolle Musigny


Un Pinot nero dal colore porpora, di buona concentrazione e bordo buccia di ciliegia. Il primo impatto del profumo è una lotta tra le componenti floreali e fruttate, violetta, glicine, lampone e ribes. Si prosegue con un melange di spezie, soprattutto cannella, cacao, grani di caffè tostato, un soffio balsamico e lacca di vernice, boisè e vaniglia. Non mancano note di erbe aromatiche, i profumi sembrano scorrere come fotogrammi di un’idea olfattiva che plasma le immagini. Al gusto lo scontro è tra la freschezza e il tannino con quest’ultimo che sembra prevalere, insieme stremano la forza dell’alcol e della sapidità. Di volta in volta s’avvicinano e annunciano un futuro elegante equilibrio. La persistenza aromatica s’aggira sui 12 secondi e si segnala per una continuità di spezie dolci, chiodo di garofano su tutto, ritirandosi infine con un gusto delicatissimo di viola e di balsamico.
La cucina della Borgogna abbina spesso la selvaggina da piuma con l’uva, ed è logico visto che in una regione come questa gli uccelli si nutrono degli acini sia in vendemmia che in autunno avanzato. Lo Chambolle gradisce accompagnare i tordi con l’uva, cotti nel burro, nel vino bianco e “ubriacati” con del marc de Bourgogne.

91/100



Chambolle-Musigny “Clos du Village” 2000
Antonyn Guyon
, Domaine du Villane, 2 rue de Chorey, 21420 Savigny-lès-Beaunes


Rosso porpora è il suo colore, tinta vivace e circonferenza rubino. Ha un fruttato, che cede poco spazio al floreale, con una dominante di lampone e prugna oltremodo accentuata. Il suo speziato è orientaleggiante, il fondo è tutto un tourbillon di olii essenziali; non mancano i sentori animali, di terriccio, resina di pino e clorofilla; perfeziona l’aroma profumi di liquirizia e tabacco. Al gusto si presenta abbastanza coeso tra tannino e acidità, sollevandosi in intensità sulle componenti morbide senza compromettere l’equilibrio gustativo; ciò procura una persistenza gusto olfattiva carica di spezie, di marinatura per cacciagione, dura oltre 12 secondi e chiude con un gusto di piccoli frutti a bacca rossa.
Ci fu un periodo in Borgogna in cui ogni famiglia allevava almeno un maiale, nel momento della lavorazione della carne si cucinava la “Ferchuse”. Si usavano tutte le interiora per preparare uno spezzatino con patate, tirato al vino rosso; la grassezza e la tendenza dolce trovano armonica contrapposizione con il Pinot di Chambolle-Musigny.

90/100



Bonnes Mares deve il suo nome ad un vecchio modo di dire, “marer”, cioè coltivare, o meglio terreno di facile coltivazione. Le vigne di questa A.O.C. (dal 1936) sono il prolungamento di un altro grand cru, il Clos de Tart; una estensione di 17 ha di suolo d’argilla e silicio macchiato da ciottoli e adagiato su lastre di calcare.

Bonnes-Mares grand cru 2000
Domaine Comte Georges de Vogüé


Vivacissimo rosso porpora, oltre il cristallino. S’avvicina il naso al bicchiere e troviamo ammaliante farsi stordire da un delicato odore di vaniglia, che non imperversa a dominare l’aroma, ma lascia confluire anche un ammaliante profumo di violetta di bosco e un fruttato di una purezza fatale: imperano il lampone e il cassis. Il profumo è tutto un intreccio di fiori, spezie e frutti, ma sono i timidi profumi di liquirizia, chiodo di garofano, caffè verde, oliva nera, cannella, eucalipto, pelle e sottobosco che si colgono sostando più a lungo sul vino, che annunciano un futuro di una complessità particolare. All’assaggio ecco la conferma che il vino vorrà crescere, tannino e acidità suscitano un flavor che ricorda la dolce freschezza dei frutti rossi; ciò non compromette la gradevolezza gustativa perché le sostanze morbide danzano su un palcoscenico gustativo esprimendo la loro migliore raffigurazione. Le spezie insistono in un finale persistente che dà vita a un retrogusto di pepe verde e quercia: l’odore della foresta del Morvan sembra esser custodito nel bicchiere.
L’allevamento del pollame fa parte fin dal Medio Evo delle attività di campagna; in genere allevavano un pollo la cui razza si chiamava “noir de Bourgogne” e opportunamente sacrificata produceva “le chapon (cappone) fermier de Bourgogne”; era l’alimento di ogni festa e nella Côte de Beaune trovava una diffusione così continua che il personale di servizio delle maison stabiliva nel contratto di assunzione di non volerlo mangiare più di tre volte a settimana. Oggi l’allevamento è rinato e si ripete anche la favola culinaria della “Fricassée de poulet à la Bourguignonne”: è un pollo in fricassea, rinforzato da lardo e legumi, e qualche volta anche da tartufo nero, lo servono su crostoni fritti e il Pinot noir di Bonnes Mares completa la sinfonia.

91/100



La collina delle vigne di Corton, “Montagne de Corton”, alta 450 metri, incappucciata di alberi a formare una specie di foresta, è abitata dal Pinot nero a tutte le altitudini. I vigneti di Corton risiedono nella parte confinante con gli alberi e beneficiano di un suolo molto calcareo e di una pendenza ripida. Montagna o collina che sia Corton è un insieme di “climats” in cui il Pinot noir raccoglie veramente le diverse mineralità del suolo. Corton può rappresentare un cuscinetto tra la Côte de Nuits e quella di Beaune senza risultare influenzato da personalità così imponenti; infatti spesso la sua unicità s’insinua spavaldamente tra i più blasonati coabitanti della Côte.
La collina di Corton è anche vino bianco, e che bianco! Le vigne del Corton-Charlemagne, unicamente Chardonnay, occupano la parte più ata, quella che sembra la meno favorevole alla coltivazione, è il più elevato cru di Borgogna.

Aloxe Cortone, premier cru, Les Fournières, 1998.
Domaine Tollot-Beaut & Fils
, rue Alexander –Tollot, 21200 Chorey-lès-Beaunes


Rubino il colore della sua trama, granati i contorni del tessuto cromatico. Il profumo di boisè, di resina e di fruttato ci coglie di sorpresa tanto è la loro spiccata intensità, essi si fondono nel sottobosco e nel fieno secco. La sequenza odorosa di questo Pinot noir è appassionante, ai naturali caratteri fruttati di prugna secca, di cassis e di confettura di lampone, a cui segue un florealità remissiva, si sostituiscono nel tempo tutte le complesse note speziate ed evolutive: pepe, liquirizia, quercia, chiodo di garofano e smalto di vernice. Il tannino e l’acidità duettano e duellano, e in questo scontro in cui vince il gusto del vino, il tannino esprime ancora un’elegante aggressione, consentendo la creazione di una persistenza aromatica intensa che supera i dodici secondi, spegnendosi in un finale di pepe nero appena macinato e leggermente amaricane. E’ un vino che rappresenta la parte tannica ed equilibrata del Pinot noir e ben si addice ai piatti di speziata cacciagione, magari trattata in cottura o in civet o brasata con del rosso di Borgogna.

88/100



Aloxe Corton premier cru “Les Fournières” 2000
Antonin Guyon
, Domaine Hippolite Thevenot


Les Fournières è un “lieux-dit”, parola forse intraducibile nel contesto enoico, un po’ come la frase “al dente”. Si tratta comunque di una frazione, di un frammento di vigna che può essere indicata in etichetta a segnalare l’appartenenza del vino al club dei “crus”.
Ha colore rosso rubino con nuance porpora di gioventù. Dopo un’iniziale leggera riduzione, il profumo si contrassegna per una carica animale, carne e succo di carne e di cuoio che si staccano da un letto di aromi vegetali. Le bacche di ginepro e di pepe danno il tocco finale alla tavolozza olfattiva che si colora anche di sfumature di cassis e di carniere di caccia. Il fruttato, piccante e saporito, accentua l’iniziale tono di freschezza, proponendosi poi in abbinamento a un tannino che ricorda il gusto della buccia di ciliegia e finisce con una saporosità leggermente amarognola. Tannicità e sapidità formano il tessuto gustativo di questo Pinot noir, che si conferma anche negli assaggi successivi con una sana fruttuosità. Il suo equilibrio gustativo è quasi raggiunto anche se tannino e acidità non vogliono ancora cedere il loro posto. Questo Pinot noir è uno schietto esempio di classicità e di radicamento nel terroir, con una P.A.I. al limite dei 10 secondi. Le carni rosse arrosto trovano il loro fedele compagno in questo cru, così come l’Abbaye de Cîteaux, formaggio monastico a base di latte crudo vaccino, con crosta lavata di colore leggermente aranciato, sapore dolce e fruttato, pasta elastica, saporosamente grassa e fruttata.

83/100



Aloxe Corton permier cru “Les Vercots”2001
Domaine Tollot-Beaut & Fils


I premiers crus s’ottengono nella parte bassa della simmetrica collina di Corton, Le Vercots è un vigneto-isola all’interno della denominazione comunale.
Colore porpora, buccia di ciliegia, mediamente concentrato. Emerge subito un fruttato a colpire il naso che s’attende e trova piccoli frutti rossi -ciliegia marasca e lampone-, segue un impatto di violetta e di glicine. L’equilibrio del bouquet si particolareggia anche con sentori di cuoio, di chiodo di garofano, di liquirizia e di cioccolato fondente. In profondità salsa di soia, pepe e resina di pino attendono d’essere conquistati. Ha il sapore rinfrescante del Pinot noir d’elezione; il gusto si condisce della succosità della ciliegia, misurate sono le espressioni tanniche e alcoliche tanto che l’equilibrio gustativa sembra in dirittura d’arrivo. Il finale progredisce per circa 12 secondi, offre un aroma di spezie, con la liquirizia che impera, la chiusura è una rapidissima sensazione di violetta appassita. E’ un vino da servire anche con carni bianche, come il coniglio in umido con olive nere ed erbette aromatiche e carni rosse cotte sulla griglia. Anche il formaggio a base di latte di capra Charolais inserito tra due fette di pane è capace di adeguarsi al gusto di questo vino.
C’è una preparazione che può sposarsi felicemente con questo Pinot ed è il Poulet morvandelle, piatto che esprime tutta la tipicità della cucina borgognona: prosciutto crudo del Morvan a migliorare e impreziosire il gusto e il prezzemolo, vero porta bandiera delle erbe aromatiche di tutto il territorio, ad aromatizzare.

89/100


Corton Bressandes Grand Cru 1999
Antonin Guyon
, Domaine Hippolite Thevenot


Pinot nero dal cuore di colore rosso rubino e i contorni granato. Una compatta speziatura di ginepro e di cannella bilanciano un netta impronta di resina di pino. Palesi sentori di animale, pelle, cuoio, pepe nero, liquirizia e sottobosco dominano un fruttato e un floreale che sembrano confinati in un angolo insieme alla carruba secca. Il profumo si ricompone nelle verifiche successive e diventa un condimento di un piatto di cacciagione o un fondo di cottura completato con erbe secche selvagge e fungo champignon. Il vino segna nel gusto un tannino vivace, personalizzato nella speziatura e spaziante in note di cuoio e tabacco. La sapidità è nettamente minerale, con alcool e acidità che si integrano in un volume equilibrato. Persistenza aromatica lunga, sui 12 secondi, finale di gusto minerale e tannico, si ravvisa immediatamente che il vino ha ancora bisogno di un po’ di tempo per declamare le armonie delle sue potenzialità. E’ un vino per piatti “nobili”, pernici, o più in generale per cacciagione; se lo si vuol degustare con il formaggio, si scelga un Langres A.O.C. E’ un formaggio prodotto con latte intero di vacca, ha pasta molle, crosta lavata dal color giallo chiaro al rosso bruno. Il suo gusto è cremoso e deciso, ma non aggressivo.
Se scegliamo di abbinare con rigore questo vino ai cibi della Borgogna, non possiamo dimenticarci che i quattro ingredienti base della cucina sono: il vino, la crema, il grasso di porco fuso e “le pâton”: specie di pasta che viene tenuta in versione provvista per produrre pasta brisè, sfogliatine che servono per elaborare torte, brioches e flan. Il Corton può abbracciare anche il gusto complesso della Tourte Morvandelle, piatto in cui il vitello, la coscia e la lombata, opportunamente marinate con cipolle, aglio, scalogno e Aligoté, viene cullato nella pasta -pâte- per una cottura in forno a fuoco medio .

90/100


Corton Bressandes Grand Cru 2001
Domaine Tollot-Beaut & Fils


I “climats” di Corton rappresentano veramente una sorpresa per il degustatore, allo stesso tempo sono molto educativi perché certificano che il terreno fa veramente la differenza tra prodotti confratelli. Bressandes ha un terreno di colore rossiccio, calcareo, ciottolosetto, con piccoli frammenti oolitici ferruginosi. Traspare dal vetro un vivace rosso rubino, medio d’intensità, con frangia porpora. Immediati sono i riconoscimenti collegati ad un dosato uso della barrique. Si succedono sentori liquirizia, di noce moscata, di vaniglia, di caffè freddo e nel finale irrompono profumi di cuoio, resina di pino, iodio e sottobosco.
L’acidità presenta una freschezza di gioventù dal sapore di lampone e di ciliegia selvatica, che non cede potenza al tannino, quindi non lo irrughisce e gli consente di creare un abito gustativo con cuciture e dettagli ben curati; s’avverte quindi una personalità di buona complessità gusto-olfattiva, che scorta la persistenza aromatica per circa 12 secondi. E’ un vino generoso, elegante nella sua razza di selvaggia gioventù, da offrire con un arrosto di cacciagione o con il capriolo. Molto apprezzato è il suo abbinamento con l’Aisy cendré, formaggio di produzione artigianale a base di latte crudo e intero di vacca, che sosta un mese sotto la cenere. Ha gusto plasticamente cremoso, con cuore saporito e persistenza decisamente lunga.
Il capriolo è parte integrante dell’universo culinario della Borgogna e vive tranquillamente nelle foreste della Côte d’Or e del Morvan: il petto di capriolo “en meurette”, cotto in versione quasi brasata, miscela vino-acqua, insaporito con pezzettini di pancetta, bouquet garnì e piccole cipollotte. La “meurette” è la maniera borgognona di preparare dei piatti impiegando vino rosso e deve il nome da “meurot”, specie di andito in pietra, sopraelevato e coperto, a mo’ di terrazza, tipico delle maison dei vignaioli e che nella bella stagione lo utilizzavano anche per cucinare.

90/100


Corton Grand Cru 2000
Domaine Bonneau du Martray
, 21420 Pernand-Vergelesses


Tutto è porpora, dimensione d’intenso e di vivace tinta riflessa sul vetro. Viola, viola e ancora viola, e poi glicine luminoso d’intenso, sono i primi profumi di questo Pinot noir, la cui magia sta in una misuratissima calibratura di legno nuovo, dove la vaniglia, l’eucalipto, lo iodio, il chiodo di garofano, il pepe nero, la liquirizia, la polvere di cacao, la resina di pino, il cuoio fine e un sottile humus compiono evoluzioni aromatiche su un trapezio di frutta succosa: di mora di bosco e di lampone. Il profumo si fa fotografare al naso con un tempo di reazione più veloce di quello di registrazione, lascia una scia odorosa che si fonde nella struttura gustativa. La sua acidità rinfresca un gusto in cui l’alcool mormora una parte della sua potenza; il tannino -esuberante e avvolgente- insaporisce le note speziate e fruttate ed estrae un equilibrato sapore “new age”. L’estremo tentativo di sorprendere è la persistenza, che se avesse resistito un po’ più a lungo sarebbe stata paradisiaca.
E’ un vino invernale, da anatra all’arancio o da cervo in salsa di cassis. Il vino s’equilibra presto e non perde la sua potenza, quindi se volete giocare con il vostro gusto abbinatelo -in autunno- al Munster-Géromé A.O.C. Questo antico formaggio, risale al VII secolo, s’ottiene con latte vaccino tra le valli dei Vosgi e della Lorena, ha un tipico profumo fumè che crea un marriage quasi unico con il pinot nero.
Se si vuole penetrare nella genuina realtà gastronomica della Borgogna, questo vino s’ha da servire con la “Gruillotte”, composta da interiora di cinghiale e capriolo marinati al Pinot noir, cotti poi in strutto di porco e nella stessa marinata e servito su un crostone di pane grigliato, sempre allo strutto.

91/100


Corton Charlemagne grand cru 2000
Domaine Bonneau du Martray


Un colore paglierino naturale emana una brillantezza celestiale. Il profumo è gesso e sottobosco, delicatamente resinoso. Erbe secche d’oriente e spezie indiane, tessuto di un incenso balsamico e di liquirizia. Non mancano nemmeno le note floreali, quelle dei piccoli fiori bianchi di bosco, la felce, la verbena e per finire come non sorprendersi a soffrire su un languido sospiro d’agrumi, di cedro, di albicocca, di pera.
Superbo e pulitissimo è il gusto della sua acidità, decisamente sapido, d’una sapidità iodica, marina; traccia un viaggio gustativo che mostra una volontà d’equilibrarsi in fretta. Ma così non sarà, il suo gusto lascia un effetto di spremuta d’agrumi addolciti da un miele di acacia che lentamente sopisce la durezza. L’espressione gustativa si perfeziona con una persistenza aromatica che si sviluppa attorno ai 14 secondi e gioca su delicati e raffinati sentori di agrumi
Chi si imbatte in questo grand cru, si scontra con uno Chardonnay che è riuscito a plasmarsi completamente con gli strati più profondi del sottosuolo traendone una caratteristica ricchezza di gusto. Da provare con piatti carichi di spezie, basta non siano piccanti: gli scampi allo zafferano, la faraona alle morilles, oppure -e forse è meglio- lo si degusta per educarsi.

92/100


Corton Charlemagne grand cru 1994
Domaine Bonneau du Martray


Ha colore oro vero, un po’ usato ma puro. Il profumo non spicca per l’intensità bensì per una continua complessità, struggente e delicata, che consente di catturare aromi di felce, di verbena, di tea, di fiori di tiglio, di frutta esotica a pasta gialla, di pera kaiser matura, di mandorla fresca e grigliata, di vaniglia e di pietra focaia. Le componenti gustative si sono fuse tra di loro, l’acidità esprime un gusto d’agrumi, l’alcool e la morbidezza già offrono una cremosità burrosa e un gusto di miele d’acacia; gli elementi dialogano tra di loro in un salotto di sensazioni colorate e piccante. Come gli Chardonnay più classici e raffinati -vedi Montrachet- il profumo si racconta anche nella fase della persistenza aromatica, tanti e tanti sono i secondi che resiste su un finale di caramella mou per circa 14 secondi. E’ un vino che può ancora raccontarsi.
Servitelo con del pesce con salse alla crema o al formaggio e vi farà gioire; proponetelo, a fine estate, con un Bouton de culotte, a base di latte di capra e/o vacca, con crosta appena venata di blu e dal sapore di latte intero che crea un saporino piccante con un affinamento prolungato e troverete un abbinamento ideale .

93/100



Pernand è descrivibile come la parte nascosta del Corton, i vigneti s’incuneano tra due valli e terminano di vegetare al centro del paese. Anche qui il terreno è dell’era giurassica, argilloso e calcareo che procura allo Chardonnay finezza e leggerezza.


Pernand-Vergelesses premier cru “Sous Frétille” 2000
Antonin Guyon
, Domaine Hippolite Thevenot


Ha colore paglierino con ali dorate. I profumi del sottobosco sono i più marcati, non mancano i sentori di foglie appassite, verbena, la nocciola bianca tostata, pepe bianco, frutti a pasta gialla e fiore d’acacia. Il gusto del vino è costruito su un’acidità minerale e agrumosa, la sapidità è ben concentrata e l’equilibrio gustativo è supportato da un controllato effetto alcolico che crea della burrosità. Ha una persistenza che si prolunga oltre i nove secondi, con sentori che ricordano il fogliame. Raggiungerà l’equilibrio gustativo abbastanza in fretta e può essere servito con pesci di mare e con formaggi caprini dal gusto leggero.
La valle del fiume Saône ha una specialità culinaria: la frittura di piccoli pesci di fiume. A Sud di Tournos, c’è il piccolo villaggio di pescatori d’acqua dolce di Farges, i pescetti che compongono la loro frittura gradiscono molto il Pernand-Vergelesses.

89/100


L’A.O.C. di Savigny-lès-Beaunes estende le vigne nei declivi che scivolano verso il piccolo fiume Rhoin, i terreni associano il calcare all’argilla e si completano con ciottoli; la parte in pianura, a cavallo della RN 74 è più sabbiosa. Sia i duchi di Borgogna che i Cavalieri di Malta erano proprietari di vigne a Savigny.

Savigny-lès-Beaune 1999
Antonyn Guyon
, Domaine de la Guyonnière


Tra vetro e cielo il rubino s’impone. Diverte il suo profumo floreale che giocherella tra la violetta e l’iris, per trascinarsi su un fruttato di fragola, e lampone, diluirsi in una delicata nota di chiodo di garofano, di liquirizia, di resina di pino, di clorofilla, di iodio e di pelle. Gusto rinfrescante per un acidità fresca e sapida, il tannino è relegato in secondo piano ma dà un apporto strutturale di frutta fresca. Sostenuto è il suo finale di gusto, resiste un aroma di ciliegia marasca, quasi 11 secondi la P.A.I., chiude con un flavor di amaricante violetta.
Il Jambon persillè (prosciutto al prezzemolo) era il piatto della Pasqua, periodo in cui si toglievano dal sale i prosciutti. Viene presentato, pressato, in gelatina insaporito con aglio, scalogno, cetriolini e prezzemolo. Lo si serve con una guarnizione di foglie ricce d’insalata e con il Savigny rosso servito a 14°C.

89/100


Savigny-lès-Beaune premier cru “Champ-Chevrey“ 2001
Domaine Tollot-Beaut


Non c’è una fitta concentrazione di colore, ma il porpora che propone è di limpida vivacità. L’espressione tipicamente floreale di violetta del Pinot nero è immediatamente riconoscibile; essa vola su un prato aromatico di cassis e di altri piccoli frutti a bacca nera, per atterrare su una composizione di spezie ed erbe aromatiche, liquirizia e alloro, iodio e resina di pino. La complessità odorosa si completa con un leggero, ma distinto, profumo di cuoio immacolato. Il gusto viene ammaliato dalla spontanea rigogliosità di un tannino dal sapore di frutti rossi e da un’acidità vivace, ma controllata; si avverte un dosato uso della barrique a smussare l’asperità complessiva del vino. Segue una persistenza aromatica miscelata di aromi di buccia di ciliegia e di modulazioni animali, insiste per circa 11 secondi, chiude con una sensazione vegetale ad asciugar le mucose e un tocco d’alcool come fosse un colpo di fioretto.
La mostarda è un ingrediente inscindibile dalla gastronomia del territorio di Digione, insieme alla crema di latte fresco completa un tipico piatto della regione: il coniglio arrosto alla mostarda o alla Dijonnaise; ed ecco il Savigny, tutta eleganza e femminilità a stemperar l’estroverso sapor della salsa.

88/100



È raro in Borgogna che le vigne di pianura offrano vini di ricercata qualità, Chorey è un eccezione; i vini sono in genere alla ricerca di una veloce morbidezza senza che si perda la briosa freschezza. Il tentativo di scoprire i vizi e le virtù del Pinot noir può iniziare da questo denominazione.

Chorey lès Beaune 2001
Domaine Tollot-Beaut


E’ vermiglio il colore di questo Pinot, i bordi sono rosso porpora. Non importa roteare il vino nel bicchiere, già nella fase d’avvicinamento siamo investiti da un intenso floreale, un bouquet di rose e viole che seguono un binario di sentori boisè e speziati: cannella, chiodo di garofano, liquirizia e caffè in grani; poi si sdoppiano per far avvertire un aroma di tartelletta di lamponi grigliati. Al gusto mostra una struttura tannica che cerca di fondersi con un volume alcolico in cui macerano dei frutti aciduli. La proporzione tannica, aspretta e fruttata, non cancella la sapidità -e questo è un pregio- insiste poi negli assaggi successivi proponendo un finale aromatico esteso tra i otto e nove secondi e un retrogusto vaporoso di legno vegetale.
Siamo di fronte a un vino di nuova generazione, capace però di soddisfare anche gli abbinamenti con i piatti tradizionali. L’Escargots à la Bourguignonne è una denominazione commerciale, niente ha a che fare con la Borgogna, resta però un cibo strepitosamente saporito da abbinare con successo di gusto al vino di Chorey.

87/100


Chorey Les Beaune 1986
Domaine Leroy
, Rue du Point-Boillot, 21190 Auxey-Duresses


Le sorprese delle denominazioni minori della Borgogna sono inquietanti e irridono i degustatori. Questo 1986 ha un colore granato, tenace è la sua cromaticità. Un insieme di confettura di lampone, di liquirizia, di resina di pino e di clorofilla oltrepassa d’intensità e persistenza i più evoluti aromi di cuoio, selvaggina, humus e terriccio; invitante è il suo boisè macchiato di cannella, di prugna secca, di carruba, di dolce goudron, di cioccolato e di tabacco biondo. Il vino esprime al gusto tutta la sua evoluzione, l’equilibrio ondeggia tra un caldo efflusso d’alcool e un tannino di morbida confettura, un’acidità domata e una sapidità dal sapore di prugna. La persistenza aromatica orchestra un aroma di liquore di ciliegia, di fieno secco e di dolce affumicato, che chiude dopo 10 secondi mostrando una moderata sproporzione tra profumo diretto e indiretto, altrimenti avrebbe sfiorato l’immenso.
Quando il Pinot noir raggiunge l’equilibrio gustativo s’adagia su una poltrona, accavallando le gambe, incrociando le braccia a sfidare il cibo che gli propongono d’abbinare. Ebbene si provi con il gusto sottile e cremoso del formaggio Colombier, prodotto a Auxois, oppure con l’autoctono Pâtè Roussotte, a base filetto di maiale, di lardo, di prosciutto, tartufo nero, cognac, madera e spezie; tutto raccolto in pasta brisée e servito per deliziar le amarezze del mondo.

88/100


Pommard ha fama di produrre i vini più muscolosi della Côte-de-Beaune, la vigna sale dalla Route National 74 lungo il pendio fino a 280 metri s/l/m, per raggiungere un suolo marnoso con calcare di color bruno.

Pommard 1999
Domaine Leroy

Una fascia di colore porpora circonda un disco rubino. I profumi intesi e netti si succedono e s’inseguono in un gradevole disordine di frutti a polpa scura, in cui domina il lampone, fino a raggiungere la prugna disidratata; lo speziato s’alterna e si scambia tra cannella e chiodo di garofano e si arricchisce di cunei di pelle, cuoio e soffusa balsamicità. Deciso è l’impatto dell’acidità al palato, dilaga un gusto di ribes rosso che si abbraccia a un tannino la cui masticabilità ricorda la pesca non matura, soffre un po’ la morbidezza, ma la persistenza dà modo, nei 10 secondi che vive, di trascinare con sé un profumo di violetta di Flavigny e sfumare con una rugosità un po’ vegetale.
La lepre imbandiva spesso le tavole dei nobili e dei signori, il villano doveva attendere la Pasqua per avere l’autorizzazione a cacciarla nelle terre signorili: a quel tempo di chiamava “lepre di Pasqua”. La lepre -il dorso- in civet o in salmì è un piatto diffuso e durante la vendemmia viene rifinito, poco prima del termine della cottura, con due e tre manciate di chicchi di Pinot noir e servito, “évidemment” , anche con del Pommard.

88/100



Volnay dai vini soavi e sottili, così si canta nella Côte. Tra Pommard e Meursault le vigne riposano nella parte alta (275 metri s/l/m) su una terra calcarea di colore bianco, a mezza costa su un suolo più ferruginoso, mentre in basso su una superficie ciottolosa. I vigneti Les Champans si trovano a mezza costa a rimirare Meursault e la finezza di questi vini rossi s’avvicina ai bianchi del Montrachet.

Volnay premier cru “Les Champans” 2000
Domaine de Montille,
rue de Pied-de-la-Vallée, 21190 Volnay


Chiaro Pinot, chiaro porpora, traslucido rosso ciliegia. Potente è l’impatto floreale d’iris, di rosa e di viola. Il fruttato è agreste, di ciliegia selvatica e si perfeziona con profumi di chiodo di garofano, di liquirizia e di cannella, sotto sotto un flusso d’affumicato fa capolino insieme a ricordi di oliva nera. Il vino scivola sul palato e il tannino si tuffa, spruzzando tutta la sua irruenza su un’acidità vivace e saporita che si riconosce in sapori di uva spina e corniola. La durezza domina questo vino e non riesce a ancora a creare un tentativo di approccio con la morbidezza. Il finale del gusto risente di questi duelli e fa scoprire un resistente aroma di bocca ancorato sulla frutta rossa in fase di maturazione che non oltrepassa i nove secondi di persistenza.
L’Ami du Chambertin è un formaggio vaccino prodotto nel villaggio di Gevrey-Chambertin, ha una crosta di colore rossiccio, lavata con acqua e Marc de Bourgogne, ciò gli conferisce un sapore unico e delicatamente persistente, la provocazione dell’abbinamento lo vorrebbe accompagnato da un Marc de Chambertin, una buona regola enogastronomia è abbinarlo al Volnay.

86/100


I vigneti di questa denominazione coprono le dolci pendenze tra i 230 e i 250 metri d’altitudine. Quando il mare si ritirò, nell’era Giurassica, lasciò uno strato di marne che forma oggi la parte più alta delle colline. Nel corso degli ultimi millenni le acque che scendevano hanno trasportato nei versanti più bassi della ghiaia e del limo ricco di materiale argilloso favorevole alla coltivazione dello Chardonnay.

Meursault 1999
Domaine Leroy


Eccolo con colore oro, brillante e abbagliante. L’impatto odoroso è singolare, è tutto un bouquet garnì di frutta e fiori gialli. Di grande effetto sono anche le parti vegetali, quelle di sottobosco; i profumi che più si prolungano sono quelli del fiore di tiglio, di ginestra, di miele, di burro di nocciolina e di minerale: pietra focaia. Mentre si affievolisce, il profumo riesce ancora a proporci note di mandorla fresca, scorze d’agrumi. Al gusto il vino si presenta con un’accoppiata dal gusto acido-sapido che s’avvicina all’albicocca, procurando un equilibrio che s’addolcisce in un gusto burroso e cremoso, sensazione questa che signoreggia per tutto il finale olfattivo retronasale e segna un indimenticabile passaggio con un gusto di miele ai fiori d’arancio prima che si sciolga definitivamente nella tipica mineralità. Il Meursault è per molti l’immagine dello Chardonnay, magnificato nello spirito e nel corpo da un terroir d’eccezione, richiede sempre un bel plateau de fruits de mer per presentarsi al meglio nell’abbinamento con il cibo. Quando è maturo, morbido e grasso, va assolutamente provato con l’Époisses, il più celebre e antico formaggio di Borgogna; le due persistenze gusto-olfattive si incontrano in modo così violento da creare un uragano di eccitanti sensazioni.

91/100



In origine il territorio si chiamava solo Puligny, nel 1879 s’aggiunge Montrachet. E’ una A.O.C. dal 1937. Sono 262 ha di terreni composti da banchi di marne, d’argilla e di calcare;l’altitudine è tra i 270 e 320 metri s/l/m e s’incunea tra il Meursault a Nord e lo Chassagne-Montrachet a Sud.

Puligny-Montrachet 2001
Chateau de Puligny-Montrachet


E’ uno Chardonnay dal colore giallo dorato. I profumi nella loro intensità si rincorrono l’uno con l’altro, dando l’idea di giocherellare insieme, pur non offrendo orizzonti molto complessi. La nota di burro di nocciola fa da controllore ad un sottobosco di piccoli fiori primaverili, foglie verdi, radice di liquirizia, vaniglia e pepe bianco. Anche se non molto formati i profumi degli agrumi, del pompelmo, della pesca gialla iniziano a manifestarsi. Grande è la parte d’acidità di questo vino, di rilievo è l’effetto alcolico a completare un equilibrio sostenuto anche dalla sapidità. Nella parte finale del sentiero degustativo sostano per un tempo mediamente lungo -10 secondi- ancora ricordi aromatici d’agrumi e di miele su uno sfondo minerale. La poularde de Bresse alla crema e con le spugnole, con la sua naturale tendenza dolce e dosata grassezza, si sposa con armonica classe con il Puligny; anche un fresco Brillat-Savarin, dal pronunciato gusto di latte trova la sua controparte con questo vino.
Il pollame di Bresse, “volaille de Bresse” è l’unico animale ad avere l’appellazione d’origine controllata; il suo allevamento è certificato fin dal XIII secolo e la sua qualità l’acquista con l’allevamento all’aria aperta a base di mais.

88/100

Puligny-Montrachet 1997
Domaine Leflaive

Giallo dorato, di oro giovane e cristallino. S’avverte subito una certa complessità odorando questo vino; sottobosco, frutta a pasta gialla, fiori gialli, verbena, resina, tostatura di legno, burro di nocciolina, pietra focaia, iodio e minerale compongono il canestro odoroso. E’ uno Chardonnay classico, con profumi che esplodono nel palato anziché direttamente all’inspirazione. Il gusto dell’acidità è minerale e agrumato, la sapidità ricorda il pepe bianco; la durezza anziché sommarsi assaggio su assaggio s’accaparra sempre di più di un fruttato saporito, il cui equilibrio è ben sostenuto dalla morbidezza. Il finale è capace di resistere per quasi 12 secondi, ciò lo rende elegante soprattutto quando la scorza di cedro e il ritorno di burro di nocciola rinforzano la sensazione conclusiva gusto olfattiva.
Quando lo Chardonnay supera i cinque anni di storia riesce a raccontare spigolature gusto olfattive sorprendenti ed acquista un equilibrio che esprime una personalità aristocratica, vuole quindi un abbinamento consono alla sua levatura. Per contrapposizione si opti per la “Pôchouse”, un cacciucco d’acqua dolce nato intorno al 1770 sulle rive del fiumi Doub e Saône al tempo in cui i “flotteurs” facevano scendere i tronchi d’albero sull’acqua e mangiavano quello che avevano pescato dopo averlo cotto in un paiolo pieno di vino bianco e di spicchi d’aglio.

90/100



Tutti i vini degustati sono distribuiti da Sarzi Amadè snc, Via Nino Oxilia 25/27, 20127 Milano. Telefono 02-26113396.

 
     
     
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